Kiev - Maidan Storie

La volontà non ha freddo, né paura


Cronache da Kiev 

di Rossella Natili

È sempre difficile mettere nero su bianco i propri sentimenti. È difficile se si parla d’amore, di famiglia, di amici e di patria, prima o seconda che sia.

L’Ucraina è il paese che mi ha accolto tre anni fa ripagando, quasi sempre, il mio impegno con grandi soddisfazioni. Sono un’insegnante, senza contratto e senza alcun orario fisso. Lavoro sei giorni a settimana e finisco di lavorare quando ho fatto. Come la maggior parte degli ucraini, e come molti italiani.

Nonostante l’Ucraina e l’Italia siano così diverse dal punto di vista storico, culturale e soprattutto linguistico, in Ucraina ho trovato fin dall’inizio una certa italianità che mi fatto ben presto sentire a casa. In cosa consista di preciso non so spiegarlo, perché il rapporto che si ha con il posto in cui si decide di vivere, si pesa anche in base alle emozioni che ti suscita a pelle.

Umanità, solidarietà e spirito di sacrificio, sono gli elementi che ho toccato con mano e scoperto col tempo. E sono gli stessi elementi che hanno caratterizzato i tre mesi d’occupazione di piazza Maidan.

 

Maidan. Cos’era e cos’è oggi?

Prima del 21 novembre 2013, Maidan era la piazza dove si passeggiava la domenica e dove si svolgevano molti eventi culturali all’aperto, soprattutto in estate. Era la piazza dove mi fermavo a leggere un libro nelle pausa lavoro, dove ho ascoltato Elton John durante gli Europei di calcio 2012 e dove mi ha incantato il bianco di quel metro di neve caduto all’improvviso nel marzo dell’anno scorso.

Kiev, le barricateMaidan è ufficialmente la piazza dell’Indipendenza, acquisita da parte del paese solo nel 1991, ed il luogo dove si era svolta la rivoluzione arancione del 2004. Una rivoluzione che aveva incanto il mondo per la sua nota pacifica, la quale però non era riuscita a sradicare la corruzione che affliggeva il paese e che, alla fine, non ha portato niente di ciò che era stato promesso sui palchi: un futuro migliore, un paese più libero.

Maidan di oggi ha varie immagini, diverse ogni istante. Ha un profumo, quello della legna fresca che arde e del fumo che impregna ossa e anima. Ha un colore: il nero dei palazzi incendiati e il rosso del sangue versato. E molti, moltissimi volti.

 

Cos’è successo?  

Il 21 novembre 2013 il presidente della Repubblica, Viktor Yanukovich, ha rifiutato di firmare l’accordo d’associazione all’Unione Europea. Si tratta di un documento che non avrebbe permesso l’entrata simultanea del paese nell’Unione, ma che comunque avrebbe rappresentato un primo passo verso un giovane sogno occidentale.

All’inizio non potevo comprendere questa gran voglia da parte degli ucraini di divenire a tutti i costi europei, perché da italiana, trentenne disoccupata, in fuga dall’UE, non potevo proprio capire cosa potesse spingere questa massa di gente a volere in maniera così forte andare incontro ad un futuro ancor più fragile. “Meglio in banca rotta con l’Europa che sottomessi al potere della Russia” è stata la risposta che mi è stata data da amici e studenti. Spiazzata. Non ci avevo ben riflettuto perché non conoscevo bene la storia. La storia che però non è scritta nei libri ma si scopre tra le parole di chi l’ha vissuta. Io non ho mai provato cosa significa avere fame, alcuni dei miei amici sì. Nella mia infanzia ricordo più di una Barbie, i miei amici ne avevano una a famiglia, da dividere con sorelle o cugine. Per non parlare della gioia che hanno provato nel disporre di assorbenti durante l’adolescenza o di quando per la prima volta sono venuti in possesso dei jeans venuti dall’Europa.

Tra le barricate e oltre le barricate.

Ci sono due Kiev dal 21 novembre 2013: quella dentro le barricate e quella oltre le barricate. C’è Maidan che col tempo da piazzaKiev, la rivolta è divenuto un piccolo stato intendente, dentro i confini dei quali c’è un capo, e ci sono i suoi cittadini fissi. Ci sono uomini che si dice vengano pagati dall’opposizione per mantenere il clima caldo in vista delle elezioni, ma la maggior parte di coloro che vanno e stanno là sono gente che insegue un sogno, quello di un paese giusto, non importa se tale sogno sia europeo o russo. Ciò che conta è che li rappresenti. E la cosa più interessante è che entro quei cumuli di legna, copertoni, balle di neve ormai sciolta e filo spianato, non esiste una gerarchia sociale. Ricchi e poveri non esistono. Essi si amalgamano gli uni con gli altri e tutte le disparità vengono lasciate oltre le barricate.

Le fasi della rivolta

8 dicembre 2013 – La rivolta da filo-europea si trasforma in rivolta contro il governo. Un silenziosa massa di persone provenienti da molte parti del paese, di ogni sesso ed età, sfidano il divieto imposto dal presidente di recarsi in piazza e si uniscono in unico coro: “Gloria all’Ucraina, Gloria agli eroi”. Erano un milione.

16 gennaio 2014 – Approvazione di leggi liberticide che vietano le più elementare libertà di manifestazione, d’opinione e di espressione, le quali non fanno che da carburante alla già ferrea motivazione di una popolazione stanca di soprusi. Perfino donne impellicciate e bambini, stanno a Maidan con elmo e cartelli contro-legge. È vietato formare cortei, riunirsi, può essere tolto internet da un momento all’altro. Il panico non prende il sopravvento e la volontà ne esce rafforzata. Si registrano -20 gradi in strada, ma la volontà non ha freddo, né paura.

22 gennaio 2014 – Arrivano i primi morti, in via Grusheskova davanti allo stadio “Dinamo”, a pochi metri da piazza dell’Indipendenza e dalla piazza Europea. La città inizia a bruciare, polizia e civili si scontrano e due ragazzi restano vittime. La polizia per la prima volta è armata.

Kiev, le vittime

18/19/20 febbraio 2014 – Il mio appartamento si trova lungo il viale Lesy Ukrainki e per arrivare alla via principale ci vogliono 8minuti a piedi. È lungo questa via che sono passati i carrarmati ed è da qui che sono scappata il 20 febbraio per paura di morire. Perfino l’aria era tesa in quei giorni e gli unici rumori percepibili erano gli scoppi di bombe fatte in casa e gli spari di armi da fuoco. Metropolitana chiusa per motivi di sicurezza, chioschi e negozi presi d’assalto e sforniti perfino di beni di prima necessità quali: pane, acqua e latte. A quei grigi giorni d’inverno il bianco della neve ha lasciato posto al rosso del sangue. Oltre 100 i morti e un numero di feriti ancora imprecisato.

1 marzo 2014 – Tornare a Maidan dopo l’avvicendarsi degli eventi, è una strana sensazione. Dall’iniziale paura che qualcosa potrebbe succedere ancora e potrebbe succedere a te, alla voglia di non andartene mai. Quello che vedo in questo preciso momento è una strada completamente ricoperta di fiori e candele, in omaggio alle vittime, tutta in salita. Qua e là disperazione per chi si è sacrificato e silenzio. Solo dal palco posto al centro della piazza arrivano le voci e i canti di chi, di turno, ne è protagonista.

Solo volgendo la testa a 360 gradi si ha un’immagine della piazza globale, un’immagine che è lo specchio dell’Ucraina nel corrente momento storico: un paese provato, tutto da ricostruire ma vivo e in lontananza, molto in lontananza, illuminato.

La storia continua.