fiori di zafferano Storie

R.A.R.E. occasioni


 

di Roberto Ferrari

Sono spuntati all’improvviso, i fiori dello zafferano, appena al di là del recinto.

Un mazzetto di un rosa diafano, stretti stretti uno all’altro per farsi coraggio, perché anche la brezza più lieve li fa tremare. I crocus, i fiori dello zafferano. Ma per me, da sempre, sono i “cacciapecorari”. Un tempo erano loro, con la loro comparsa, ad indicare ai pastori il momento di ripartire verso pascoli più bassi.” Un settembre andiam, è tempo di migrare”, scritto dalla natura già da alcuni millenni.

E per me, ora “pastore”, è tempo di dirigermi senza amarezza verso una condizione nuova della mia esistenza, ora che ho raggiunto l’età dei tanti ricordi, anche lontani, e sento forte il bisogno di raccontarli.cinta senese

APRILE 1980 Al 3°anno d’istituto agrario, a casa dopo i compiti, sfoglio il libro di zootecnia. In uno di quei paragrafetti a margine, buttati lì, di quelli resi in qualche modo diversi dal resto del libro, per caratteri, grafica o sfondo, ma che tutti indifferentemente sembrano recare la scritta:”Senza importanza, se non li leggi non ti perdi niente e mai nessuno ti ci interrogherà”, trovo una vecchia foto e qualche riga della Cinta senese. E’la nascita di questa grande passione! Leggo e rileggo il trafiletto, e d’ora in poi, quel libro resta sempre nello zaino. Ogni tanto lo riapro e sogno su quella foto. Scatta la curiosità, la voglia di sapere che mi ha insegnato papà.

PAPA’ Nato libero qui a Val de’Varri, anche lui da un grande padre, cacciatore giovanissimo quando la caccia era una raccolta per l’abbondanza di selvaggina ed uno schioppo già ricchezza; collezionista di coleotteri; curioso autodidatta; per soddisfare la sua voglia di conoscenza studia l’inglese e lo spagnolo, poi si inoltra nel portoghese, nel francese e molto più tardi, nel tedesco.

Io da buon figlio degenere, non ne conosco nessuna, ne’c’è verso di impararla. Fatta eccezione per il romanaccio, o romanesco, del quale non sono neanche troppo orgoglioso.

Papà verrà rinchiuso in banca, ma sogna la libertà e l’evasione. Si consola costruendosi un acquario enorme. Sono i tempi delle orrende strutture in ferro verniciato, delle lastre di vetro, del mastice, della plastilina, di cui ognuno ha la sua miscela segreta, ma che nessuna assicura la perfetta tenuta stagna fino all’avvento del silicone. Lo ricordo in piedi sulla sedia a riempire taniche, secchi, con la camicia arrotolata al gomito o in canottiera, il braccio nell’acqua per turare una falla. O, sempre sulla sedia, provare le ultime novità in fatto di lampade, diffusori luminosi e spesso inutili accrocchi elettrici. Seduto sulla sedia, invece, puliva il filtro esterno, posto sotto la vasca, provando nuovi sistemi filtranti che non di rado provocavano qualche allagamento e pompe bruciate.

Ma lo ricordo ancora, seduto su quella sua solita sedia, al tavolo sotto l’acquario, e in parte illuminato dalla sua stessa luce, acquariotradurre su un quaderno le riviste di acquariologia che i piloti degli aeroplani, clienti di banca, acquistavano per lui in America, perché qui di riviste simili ancora non ce n’erano. Sedevo accanto a lui, in silenzio, finche finito di tradurre, tagliava una o più fotografie e le attaccava sul quaderno dove accanto al testo tradotto in bella calligrafia, aveva minuziosamente lasciato degli spazi. Leggevamo allora del pesce che lo aveva interessato, imparandone a memoria il nome latino, le abitudini… ma papà, non contento partiva dal luogo di origine, quasi sempre la foresta amazzonica, ma anche i grandi laghi africani e i fiumi o le risaie asiatiche, fino alle pozze d’acqua stagionali, per prendere l’Atlante e mostrarmi i luoghi di quei pesci sulle carte geografiche. Era poi la volta dell’enciclopedia, dove ”Foresta Amazzonica” ci rimandava all’Atlante per via dei tanti fiumi; e di nuovo a “primati”, “humus”,”orchidee”,”popolazioni primitive”,”epifite”.

“Piante saprofite” impegnava anche il vocabolario. Ed ancora “taglia e brucia”, “miniere a cielo aperto”, “transamazzonica”.

E’ così che imparai tanto, persino il significato di parole che sarebbero state coniate soltanto più tardi. L’acquario era già un ecosistema fragile e delicato come quello in cui viviamo, mentre biodiversità, evoluzione e addirittura co-evoluzione erano già ben comprese. E tutto questo partendo dal pesciolino dei suoi sogni!

I sogni si avverarono perché papà munì i piloti di capienti thermos e assieme alle riviste arrivarono da lontano anche i pesci vivi. Gli animali incollati sul quaderno delle traduzioni presero a guizzare, bellissimi, nella nostra vasca.

Io e mio fratello ai lati, in piedi sulle sedie, e lui al centro ci abbracciava come campioni sul podio e seguivamo per ore lo spettacolo della natura in 300 litri d’acqua.

Fu lui a riprodurre per primo, lì dentro, gli Scalari.

Poi la banca lo tenne sempre più lontano da casa, da noi, dai suoi pesci.

Quell’acquario non conobbe mai l’avvento del silicone. Fu smontato e riposto in cantina, da dove pezzo per pezzo, anno dopo anno, ad ogni pulizia finì per perdersi.

Il silicone per la perfetta, durevole tenuta delle lastre di vetro, aprì la strada all’industrializzazione delle vasche e al consumo delle piante e dei pesci. In qualche modo svilì l’acquariologia relegando l’acquario ad un bel sopramobile.

Si rifarà soltanto molti anni dopo, migliorando, forse troppo, le tette delle dive.

Tanto, tanto tempo dopo, ricevetti per Natale un piccolo acquario.

Cominciai ad allestirlo: uno strato di sabbia, l’acqua. Accesi il termostato per regolarne la temperatura, la pompa del filtro, la luce per leggere il termometro. Nient’altro per il momento: l’acquario doveva cominciare ad equilibrarsi. Andai a dormire, ma la luce azzurrina, eterea del piccolo acquario mi attirò nella notte in camera da pranzo, nello stesso posto dove un tempo aveva troneggiato il nostro grande acquario.

C’era già mio padre, seduto come un fesso davanti ad una vasca senza pesci. Con la faccia d’argento si voltò verso di me, un mezzo sorriso sulle labbra: lui per primo non credeva alla sua scusa: -“L’acqua non è ancora arrivata a temperatura!”- Presi una sedia, mi sedetti accanto a lui.

Gli passai un braccio sulle spalle: eravamo alti uguali adesso, non stava più in piedi, non stavo più in piedi sulla sedia come una volta, ma proprio come una volta eravamo ancora abbracciati.

E lì, nello schermo vuoto e luminoso dell’acquario guizzarono di nuovo i pesci della nostra vita. Tornammo nella foresta amazzonica, risalendo gli emissari color coca-cola, ognuno con una differente qualità dell’acqua e pesci differenti. Sguazzammo nelle risaie asiatiche dove i pesci respirano l’aria atmosferica o scovammo nelle pozze desertiche, ormai asciutte, le uova secche ma vitali deposte dai pesci poco prima di morire per la siccità.

Verso le 4:00 l’acquario raggiunse la giusta temperatura, tornammo a dormire.

Non ho mai allevato gli evoluti Ciclidi di papà; ho preferito gli umili Anabantidi.

Papà, a distanza di tanti anni, ora ha di nuovo i suoi pesci! Non in un acquario, ma in un laghetto in giardino. In Argentina.

 

Poi una domenica di primavera incontrai l’Estinzione. Ero forse ancora troppo piccolo per uscirne indenne: quell’incontro mi segnò, me ne rendo ben conto, per tutta la vita. L’avevo incontrata sui libri, conoscevo la sua triste storia, ma trovarmela alca impenneimprovvisamente lì davanti fu una commozione enorme, difficilmente condivisibile. Era lì, in una teca di vetro l’Alca Impenne, e mi fissava.

Il pensiero dell’estinzione genera in me la stessa reazione all’idea di infinito. L’identica sensazione di buio, freddo, silenzio, disorientamento, angoscia, impotenza, pazzia, sicurezza, nullità, fragilità, precarietà e paura.

Nel tentare di allestire acquari “naturali” sempre più piccoli; quelli autosostenibili, senza più luci o filtri artificiali , non più totalmente elettrodipendenti, imparai che bastava davvero troppo poco, una sciocchezza, una disattenzione, un nonnulla per distruggere in un attimo equilibri raggiunti con molta difficoltà. Ma l’estinzione era qualcosa di più grave: era definitiva. Ciò che andava perso, era perduto, perduto per sempre, senza appello, senza più nessuna possibilità.

Sono cresciuto in montagna, lontano dai grandi allevamenti intensivi, in un paese, Tufo, dove un gregge al massimo contava 50 capi, ma la norma era di appena 2-4 pecore per famiglia. Scarse, sempre scarse le capre. Tutti invece avevano il somaro. Pochi, pochissimi benestanti, il cavallo, da lavoro, od un mulo. Qualcuno possedeva qualche mucca, 5-6 al massimo; nelle stalle acciottolate con le mangiatoie alle pareti e i nomi di fantasia, poca, davvero poca, sopra di loro. Le notti in stalla per aiutarle a partorire, i rimedi empirici; il latte schiumoso bevuto in stalla o fatto bollire per chissà quali malattie mi avrebbero impedito di raggiungere il mio metro e ottanta e una bella stazza. O sbattuto per un po’ di burro. Erano vacche di pascolo e fieno. Erano pianti se moriva cadendo in un fosso, o di parto nel bosco o in un torrente. Si andava a prendere la carne a bassa macellazione e si offriva quel che si poteva. Spesso le offerte coprivano ampiamente l’acquisto di una vacca nuova. E più giovane.

Si piangeva per la vacca morta, si festeggiava l’uccisione del maiale, raramente due, allevato amorevolmente per un anno.

Pochi animali, piccoli allevamenti e un modo attento, rispettoso nell’allevarli. Almeno allora.

E gli animali legati all’uomo: mandriani e pastori, e contadini, vicini e sommessi, hanno sempre accompagnato i miei passi in questo mondo.

Forte degli insegnamenti paterni, della sua spiccata capacità di indagine, col tempo, conobbi un buon numero di razze considerate minori, e qualche allevatore.

E poi la voglia di fare qualcosa. Quasi per gioco, con tutta l’incoscienza dell’entusiasmo allevai maiali di Mora Romagnola e Siciliana. Destai molto interesse in zona, tanto che ora, anche se non li ho più da tempo, forze anche grazie a me, i maiali neri non sono più una rarità, come qualche discutibile iniziativa.

Ineguagliabile l’alta qualità raggiunta dai nostri prodotti, per l’eccezionale materia prima e la passione di un autentico artigiano. Giunsero persino in America, rappresentando l’Italia in un tour enogastronomico (anche se spacciati come umbri).

E poi dall’altro capo del filo, a Torino, rispose Riccardo Fortina. Era lontano, ma non ero più solo!

Qualche anno dopo, dall’idea di un progetto fallito, nacque RARE.

Qualche anno dopo lo stesso Riccardo mi propose come consigliere, il consiglio approvò, ed eccomi qui a scriverne.rare

Fu per me una svolta. Fino ad allora avevo preferito agire in silenzio, da solo, defilato, ma adesso non era più possibile. Cominciai a scrivere, a parlarne.

Come qualcosa di inevitabile, i dati della Fao, ci informano che entro il 2050, se non prima, almeno metà delle razze domestiche dell’intero pianeta saranno irrimediabilmente scomparse.

Ebbene, io penso che se riesco a far qualcosa, anche piccolo, con passione, forse questo non accadrà.

Non deve accadere. Ma nel frattempo sono diventato quello che cerco disperatamente di salvare, per il quale vale la pena continuare a lottare. Sono i lunghi silenzi che non riesco a spiegare ad Elisabetta. La frustrazione di non aver ancora trovato l’idea buona. Parlare di estinzione mette tristezza, mi sento dire che ci sono problemi ben più importanti, poi non si dedicano neanche a quelli.

La soluzione migliore, penso sia mostrarle, farle vedere. Riscoprire o inventare produzioni obbligatoriamente di alta qualità per ciascuna razza. Andare ad imparare, capirne l’essenza per riproporle e migliorarle. Insegnarle e raccontarle. Far passare il messaggio che le antiche razze sono sinonimo indissolubile di un’elevatissima qualità. Non sono un accademico, sono un perito agrario, un tecnico, e questo forse è alla mia portata.

 di Roberto Ferrari

gennaio 2014